I tratti comuni che brillano nei grandi santi inglesi
Niente paura
ci basta la verità
di Inos Biffi
Ci sono alcuni tratti che si direbbe emergano e accomunino alcuni dei grandi santi inglesi, come Thomas More, John Fisher, Thomas Becket, e, più vicino a noi John Henry Newman, prossimamente beato, ai quali assoceremmo Anselmo d'Aosta, arcivescovo di Canterbury. Sono i tratti della libertà interiore, della fedeltà alla coscienza, dell'obbedienza assoluta alla legge divina, del riconoscimento dell'autorità umana nel suo legittimo esercizio, e della comunione con la Chiesa di Roma, come segno imprescindibile della comunione con la Chiesa Cattolica.
Nella sua ultima e commovente lettera alla figlia Margaret Thomas More scriveva il 5 luglio 1535: "Domani è la vigilia di san Tommaso e il giorno dell'ottava di san Pietro. Vorrei andare a Dio proprio domani, in un giorno così propizio per me"; il 7 luglio era la festa annuale della traslazione delle reliquie di Thomas Becket. E così avvenne. Il 6 luglio venne decapitato sullo spiazzo davanti a quella Torre. Si era rifiutato di sottoscrivere.
L'episcopato inglese, una quindicina di vescovi - noi diremmo l'intera conferenza episcopale - aveva già capitolato, a parte il vescovo di Rochester, John Fisher.
Thomas More, che già da tre anni si era dimesso dalla prestigiosa carica di cancelliere, affrontando con serenità e fiducia nella Provvidenza una sempre più grave condizione di indigenza, era rinchiuso, malato, nella Torre di Londra dall'aprile 1534, dove non mancavano giorni di sfiducia, ed era consolato dalla preghiera e particolarmente dalla meditazione sulla Passione - lo attestano le opere composte in quei mesi: il Dialogo del conforto, il Trattato sulla passione, la Tristezza di Cristo; d'altronde egli dichiarava di conoscere ben pochi uomini al mondo privi di coraggio come lui. Scriveva però alla figlia: "Ho la sensazione che Dio mi tenga sulle ginocchia e mi stia viziando come un bambino".
More si era rifiutato sia di firmare la lettera inviata al Papa in cui si chiedeva che venisse sciolto il primo matrimonio di Enrico VIII - che Clemente vii avrebbe dichiarato valido - sia di giurare con la formula dell'Atto di successione col preambolo che implicava il rigetto totale di ogni legame o dipendenza della Chiesa inglese dalla Chiesa di Roma; sia, infine, di accettare l'Atto di Supremazia, che dichiarava il re "il solo capo supremo in terra della Chiesa inglese". Di qui il processo, il primo luglio e la condanna a morte. John Fisher era stato decapitato il 22 giugno, mentre quattro monaci della certosa di Londra erano stati orrendamente squartati e sventrati.
Ai vari interrogatori More spiegava le ragioni della sua opposizione: col suo consenso avrebbe messo in pericolo la salvezza della sua anima. Si sarebbe separato dall'unità della Chiesa, e questo sarebbe stato contro la sua coscienza. D'altronde aveva chiaramente dichiarato in una lettera la sua libertà interiore: "Io non ho mai voluto attaccare l'anima mia sulla schiena di nessun altro, fosse pure il migliore degli uomini. Non c'è nessun uomo al mondo, finché si vive, di cui si possa essere del tutto sicuri". "L'unità della Chiesa cattolica era la ragione prima del suo rifiuto. La sua coscienza gli imponeva di stare con il consiglio della cristianità intera, non con il consiglio di un solo regno. L'Atto del Parlamento era contrario alle leggi di Dio e della Chiesa" (Angelo Paredi), che egli vedeva senza il minimo dubbio nella Chiesa di Roma, a cui professava irrinunciabile fedeltà.
E questo è veramente sorprendente, se si pensa ai papi del suo tempo, i peggiori del Rinascimento: da Alessandro vi a Giulio ii, da Leone x a Clemente vii. Solo che More, di là dagli abusi dei suoi pastori, aveva colto della Chiesa il non intaccabile mistero, com'era avvenuto per Dante, che, pur non esitando a mandare all'inferno anche dei papi, non cessava di vedere in loro l'immagine di Cristo e di conservare la "riverenza delle somme chiavi" (Inferno, xix, 101).
Anche nella tragica circostanza dell'esecuzione si rivelò lo humour che contrassegnava il carattere di More, "l'uomo di tutte le ore (omnium horarum homo)", come lo ebbe a chiamare Erasmo, il quale, nel profilo biografico, scrive che sembrava "venuto al mondo per prendere in giro la gente" e si domanda: "Che ha mai creato la natura di più gentile, dolce e prezioso del genio di Thomas More?".
Pregò, dunque, chi lo accompagnava sul patibolo di dargli una mano per salire, che a scendere si sarebbe arrangiato da solo, mentre, ancora immediatamente prima di essere decapitato, volle ripetere che egli moriva nella fede e per la fede della santa Chiesa Cattolica, aggiungendo che moriva "suddito fedele del re, e di Dio innanzi tutto (King's good servant and God's first)".
La figura di Thomas More, così eccezionale ed eroica nella sua umana normalità, continua ad affascinare. Come la quella di Thomas Becket, nella quale risaltano gli stessi tratti che contrassegnano la santità di More, decapitato, secondo il suo desiderio, la vigilia della festa che commemorava la traslazione delle reliquie di Becket.
Cancelliere di Enrico ii e suo compagno d'avventure e di divertimento, nominato arcivescovo di Canterbury, Becket divenne un altro uomo, un uomo di Chiesa, inaspettatamente ormai in fermo contrasto col re, e con quanti dell'episcopato lo sostengono, per affermare la libertà della Chiesa - la sanctae Ecclesiae libertas, come egli scrive - e professare la sua comunione con la Sede Apostolica.
L'espressione libertas Ecclesiae richiama sant'Anselmo suo predecessore nelle Chiesa di Canterbury. Certamente, Tommaso non è Anselmo, non ha il suo prestigio, la sua spiritualità, il suo limpido passato; e tuttavia, con le possibilità e i limiti che gli sono propri, non apparirà minore il suo amore per la Chiesa, e lo rivelerà in forma tragica e suprema il vespro del 29 dicembre del 1170.
Avrebbe detto al re: "Con la grazia di Dio noi esporremo la nostra testa ai persecutori della Chiesa". E Alessandro iii, che di Tommaso aveva potuto conoscere difetti e pregi, canonizzandolo il 21 febbraio 1173, non dubiterà a collegare il martirio alla causa della libertà della Chiesa: Tommaso "ha combattuto fino alla morte per la giustizia della Chiesa (pro iustitia Dei et Ecclesiae)".
Le ultime parole di Becket di fronte ai suoi sicari richiamano quelle di Thomas More: "Per il nome di Gesù e per la protezione della Chiesa sono pronto ad abbracciare la morte"; e non "da traditore del re, ma da sacerdote". Poco prima aveva dichiarato: "Confido nel re dei cieli, che per i suoi è morto in croce. Da questo giorno in avanti nessuno vedrà più il mare tra me e la mia Chiesa".
Nel 1538 Enrico VIII darà ordine di demolire il sarcofago di Tommaso, di disperderne le ossa, di cancellare il suo nome dal calendario. Si capisce che il ricordo di Becket potesse essere insopportabile al re che aveva fatto decapitare un altro cancelliere, sempre di nome Tommaso, questa volta non vescovo ma laico.
Anche la figura di Thomas Becket non ha cessato di esercitare un'attrattiva profonda e la sua tomba di essere la mèta dei più celebri e suggestivi pellegrinaggi del medio evo. Abbiamo accennato a sant'Anselmo d'Aosta, predecessore di Becket a Canterbury. Non fu corporalmente martire, ma per la libertà della Chiesa, la comunione con la Sede Apostolica, e la fedeltà alla propria coscienza subì l'esilio e trascorse una vita tribolatissima. Scriverà a Papa Pasquale: "Il re esigeva che io dessi il mio assenso, come se si trattasse di cose rette, ai suoi voleri che erano contrari alla legge e alla volontà di Dio". E si appellerà alla propria coscienza, cui era sensibilissimo, pur sapendo che contro la sua convinzione stava tutta l'Inghilterra, compresi i vescovi concordi con il re. "Tutta la forza dell'Inghilterra - dirà - cerca di eliminarmi, dal momento che non riesce a distogliermi dall'obbedienza alla Sede Apostolica". E dichiarerà: "Preferisco essere in disaccordo con gli uomini che, d'accordo con loro, essere in disaccordo con Dio".
Sono i motivi che abbiamo riscontrato in Thomas More e in Thomas Becket: la legge di Dio, la coscienza, la libertà della Chiesa e la comunione con la Chiesa di Roma.
Gli stessi, d'altra parte, che sentiamo ripetuti in John Henry Newman, presto beato, che, per fedeltà alla sua coscienza, torna alla "Chiesa dei Padri" riconoscibile nella "Chiesa Cattolica governata dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con lui". Né mai si sarebbe pentito del passo fatto. Trent'anni dopo la conversione avrebbe confidato: "Non ho mai esitato, neppure per un solo istante, nella convinzione che fosse mio preciso dovere entrare, come allora ho fatto, in questa Chiesa cattolica che, nella mia propria coscienza, ho sentito essere divina".
E a Jemima, angosciata dalla scelta del fratello, dichiarava che se avesse fatto diversamente, avrebbe recato offesa Dio: "Non vedo nulla che mi possa spingere alla decisione, se non il pensiero che offenderei Dio non facendolo", le stesse parole di Thomas More.
Secondo tratti che concordemente brillano in alcuni grandi santi.
(©L'Osservatore Romano - 5-6 luglio 2010)
martes, 6 de julio de 2010
Hoy murió Tomás Moro
Il 6 luglio 1535 veniva giustiziato Thomas More
Un dialogo chiamato coscienza
Pubblichiamo alcuni stralci di una conferenza tenuta a Roma, all'Istituto diplomatico di Villa Madama, dall'arcivescovo segretario della Congregazione per l'educazione cattolica.
di Jean-Louis Bruguès
Poco tempo dopo essere salito al trono, Enrico VIII aveva sposato Caterina d'Aragona, la quale era stata già la moglie di suo fratello maggiore, Arturo. Gli diede cinque figli, ma una figlia soltanto sopravvisse, Maria. Enrico aveva quindi una doppia preoccupazione. Aveva bisogno di un figlio allo scopo di assicurare in Inghilterra il futuro della dinastia che, ricordiamoci, aveva appena ottenuto il trono nella persona di suo padre Enrico vii, e rimaneva quindi fragile. Aveva bisogno di un successore energico per portare avanti la sua opera di "levatrice" della nazione inglese. Secondo la mentalità dell'epoca, una figlia sembrava incapace di avere una tale autorità.
L'ironia della storia ha voluto che il suo unico figlio, Edoardo, lasciasse solo un ricordo insignificante, mentre la sua seconda figlia, la grande Elisabetta, con mano di ferro ha fatto entrare l'Inghilterra nel concerto delle nazioni moderne.
Enrico VIII "deve" quindi ripudiare sua moglie. Aspetta dal Papa una dichiarazione di nullità del suo matrimonio; Clemente vii si rifiuta, o piuttosto fa trascinare le cose per le lunghe.
Il re persiste nei suoi progetti. È allora che un membro del Parlamento molto influente e molto abile, Thomas Cromwell, lo convince a seguire l'esempio dei principi tedeschi e separarsi di Roma.
Nel 1531, Enrico si proclama capo supremo della Chiesa d'Inghilterra. Thomas More restituisce i sigilli il 16 maggio 1532. Il 12 aprile 1534, viene convocato a Lambeth per prestare giuramento di fedeltà all'Atto di Supremazia che riduce l'autorità del Papa e conferma il divorzio del re. Thomas, però, rifiuta per due volte.
Non è tanto la questione del divorzio ciò che preoccupa la sua coscienza, ma la scissione della Chiesa e il tradimento di Roma che gli viene richiesto. Interpella il procuratore generale, sir Richard Rich, a cui aveva prestato grandi servizi nel passato: "Supponete - disse More - che il Parlamento faccia una legge affermando che Dio non sia Dio, lei direbbe, procuratore Rich, che Dio non è Dio?", "No, signore - rispose il procuratore - non lo direi, ma nessun Parlamento farebbe mai tale legge". "Ebbene - replicò More - il Parlamento non può neanche fare del re il capo supremo della Chiesa".
More fu condannato per alto tradimento e morì sul patibolo il 6 luglio 1535. Thomas More è stato sempre fedele al suo affetto verso il re; è stato fedele alla politica di quest'ultimo, che voleva riunire i popoli dell'isola in una nazione potente. Un giorno, queste fedeltà si sono trovate in opposizione con una fedeltà che More stimava superiore, la fedeltà alla propria coscienza.
La parola coscienza appare per ben diciassette volte nel suo ultimo scritto in forma di testamento. Per un cristiano, la coscienza non è soltanto quel luogo intimo dove l'uomo delibera con se stesso prima di prendere una decisione morale; essa è l'elevazione dell'essere che permette all'uomo di giudicare con la conoscenza propria di Dio.
Come scriverà tre secoli più tardi John Henry Newman, un altro inglese che la Chiesa si prepara a beatificare: "La coscienza implica una relazione tra l'anima e qualcosa di esterno, molto di più, di superiore a essa; una relazione con una perfezione che essa non possiede, con un tribunale sul quale essa non ha nessun potere". È la voce stessa di Dio che, entrando nel cuore dell'uomo, gli indica la via del bene e della verità. Per More, questa stessa voce gli mostra che la fedeltà a Cristo, promessa di ogni battesimo, implica la fedeltà a Roma dove siede il Vicario di Cristo.
Insomma, More si iscriveva nella lunga litania dei martiri della coscienza. A partire dalla piccola Antigone che dichiarava al suo re che esistevano delle "leggi sussurrate al cuore" (Sofocle) che superavano le leggi della città, e che era meglio obbedire a esse, a costo di morire, i testimoni di questa libertà suprema sono stati una legione, che si sono sollevati contro i totalitarismi di tutte le specie.
Il rischio non è minore ai nostri giorni. Nelle società secolarizzate, dove l'ipotesi di una qualunque trascendenza è esclusa dalle scelte collettive, c'è il grande pericolo di lasciar credere di nuovo che non esiste niente al di sopra delle leggi della città. Questa è sempre stata la pretesa dello Stato di assoggettare le autorità morali, o di farle tacere, per attribuire a se stesso un'autorità morale assoluta.
I primi martiri cristiani ne sapevano qualcosa, poiché furono messi a morte per ragioni politiche, e non religiose. La coscienza ci suggerisce che ciò che è legale non è necessariamente legittimo, e che esistono delle circostanze nelle quali la dignità e la libertà della persona la spingono a fare obiezione, perfino a insorgere. Max Weber affermava che, quando si trovano in opposizione, l'etica della convinzione (personale) deve sempre inchinarsi davanti all'etica della responsabilità (incidenza collettiva). Il cristianesimo crede l'inverso: la dignità dell'uomo gli intima l'ordine di seguire la sua coscienza fino in fondo.
Per Thomas More esiste in ciascuno di noi un organo meraviglioso che ci rende superiori alle leggi politiche. È questo organo che fa di noi degli esseri liberi.
(©L'Osservatore Romano - 5-6 luglio 2010)
Un dialogo chiamato coscienza
Pubblichiamo alcuni stralci di una conferenza tenuta a Roma, all'Istituto diplomatico di Villa Madama, dall'arcivescovo segretario della Congregazione per l'educazione cattolica.
di Jean-Louis Bruguès
Poco tempo dopo essere salito al trono, Enrico VIII aveva sposato Caterina d'Aragona, la quale era stata già la moglie di suo fratello maggiore, Arturo. Gli diede cinque figli, ma una figlia soltanto sopravvisse, Maria. Enrico aveva quindi una doppia preoccupazione. Aveva bisogno di un figlio allo scopo di assicurare in Inghilterra il futuro della dinastia che, ricordiamoci, aveva appena ottenuto il trono nella persona di suo padre Enrico vii, e rimaneva quindi fragile. Aveva bisogno di un successore energico per portare avanti la sua opera di "levatrice" della nazione inglese. Secondo la mentalità dell'epoca, una figlia sembrava incapace di avere una tale autorità.
L'ironia della storia ha voluto che il suo unico figlio, Edoardo, lasciasse solo un ricordo insignificante, mentre la sua seconda figlia, la grande Elisabetta, con mano di ferro ha fatto entrare l'Inghilterra nel concerto delle nazioni moderne.
Enrico VIII "deve" quindi ripudiare sua moglie. Aspetta dal Papa una dichiarazione di nullità del suo matrimonio; Clemente vii si rifiuta, o piuttosto fa trascinare le cose per le lunghe.
Il re persiste nei suoi progetti. È allora che un membro del Parlamento molto influente e molto abile, Thomas Cromwell, lo convince a seguire l'esempio dei principi tedeschi e separarsi di Roma.
Nel 1531, Enrico si proclama capo supremo della Chiesa d'Inghilterra. Thomas More restituisce i sigilli il 16 maggio 1532. Il 12 aprile 1534, viene convocato a Lambeth per prestare giuramento di fedeltà all'Atto di Supremazia che riduce l'autorità del Papa e conferma il divorzio del re. Thomas, però, rifiuta per due volte.
Non è tanto la questione del divorzio ciò che preoccupa la sua coscienza, ma la scissione della Chiesa e il tradimento di Roma che gli viene richiesto. Interpella il procuratore generale, sir Richard Rich, a cui aveva prestato grandi servizi nel passato: "Supponete - disse More - che il Parlamento faccia una legge affermando che Dio non sia Dio, lei direbbe, procuratore Rich, che Dio non è Dio?", "No, signore - rispose il procuratore - non lo direi, ma nessun Parlamento farebbe mai tale legge". "Ebbene - replicò More - il Parlamento non può neanche fare del re il capo supremo della Chiesa".
More fu condannato per alto tradimento e morì sul patibolo il 6 luglio 1535. Thomas More è stato sempre fedele al suo affetto verso il re; è stato fedele alla politica di quest'ultimo, che voleva riunire i popoli dell'isola in una nazione potente. Un giorno, queste fedeltà si sono trovate in opposizione con una fedeltà che More stimava superiore, la fedeltà alla propria coscienza.
La parola coscienza appare per ben diciassette volte nel suo ultimo scritto in forma di testamento. Per un cristiano, la coscienza non è soltanto quel luogo intimo dove l'uomo delibera con se stesso prima di prendere una decisione morale; essa è l'elevazione dell'essere che permette all'uomo di giudicare con la conoscenza propria di Dio.
Come scriverà tre secoli più tardi John Henry Newman, un altro inglese che la Chiesa si prepara a beatificare: "La coscienza implica una relazione tra l'anima e qualcosa di esterno, molto di più, di superiore a essa; una relazione con una perfezione che essa non possiede, con un tribunale sul quale essa non ha nessun potere". È la voce stessa di Dio che, entrando nel cuore dell'uomo, gli indica la via del bene e della verità. Per More, questa stessa voce gli mostra che la fedeltà a Cristo, promessa di ogni battesimo, implica la fedeltà a Roma dove siede il Vicario di Cristo.
Insomma, More si iscriveva nella lunga litania dei martiri della coscienza. A partire dalla piccola Antigone che dichiarava al suo re che esistevano delle "leggi sussurrate al cuore" (Sofocle) che superavano le leggi della città, e che era meglio obbedire a esse, a costo di morire, i testimoni di questa libertà suprema sono stati una legione, che si sono sollevati contro i totalitarismi di tutte le specie.
Il rischio non è minore ai nostri giorni. Nelle società secolarizzate, dove l'ipotesi di una qualunque trascendenza è esclusa dalle scelte collettive, c'è il grande pericolo di lasciar credere di nuovo che non esiste niente al di sopra delle leggi della città. Questa è sempre stata la pretesa dello Stato di assoggettare le autorità morali, o di farle tacere, per attribuire a se stesso un'autorità morale assoluta.
I primi martiri cristiani ne sapevano qualcosa, poiché furono messi a morte per ragioni politiche, e non religiose. La coscienza ci suggerisce che ciò che è legale non è necessariamente legittimo, e che esistono delle circostanze nelle quali la dignità e la libertà della persona la spingono a fare obiezione, perfino a insorgere. Max Weber affermava che, quando si trovano in opposizione, l'etica della convinzione (personale) deve sempre inchinarsi davanti all'etica della responsabilità (incidenza collettiva). Il cristianesimo crede l'inverso: la dignità dell'uomo gli intima l'ordine di seguire la sua coscienza fino in fondo.
Per Thomas More esiste in ciascuno di noi un organo meraviglioso che ci rende superiori alle leggi politiche. È questo organo che fa di noi degli esseri liberi.
(©L'Osservatore Romano - 5-6 luglio 2010)
martes, 1 de junio de 2010
viernes, 24 de abril de 2009
Por qué oponerse a la reforma del aborto

EL NIÑO Y EL LINCE
Jorge Peñacoba. Teólogo y Dr. en Derecho Canónico
El cartel es impactante publicísticamente, y busca tal vez un toque polémico, al relacionar la defensa de la vida humana con algo que ha calado tan profundamente nuestra conciencia social como es la defensa del entorno. Será discutible, pero seguramente es lo que pretendía la agencia que diseñó la campaña. El lema ‘Defiende mi vida’ marca en cambio lo original: no ya la especie, sino cada persona –cada vida humana- es distinta, única e irrepetible, digna de ser vivida por él; nadie debería decidir por él si merece o no vivir, nadie debería sentirse autorizado a ‘interrumpirle’: nadie es dueño de la vida de otro; ‘todos tienen derecho a la vida’, asegura la Constitución. Es cierto que aquí se está presuponiendo el carácter humano de la vida humana en sus fases tempranas, pero ¿cabe realmente otro presupuesto? Por ejemplo, se va a proponer como máximo el plazo de las 22 semanas porque, según ha dicho el ministerio, es el momento convencional en que comienza a ser viable fuera del útero, pero ¿qué diferencia sustancial habría con la semana 18, por ejemplo? ¿Quién debería establecerlo y por qué?
No es la primera vez que la Iglesia usa la publicidad. Pero sí, creo recordar, en una propuesta moral de dimensión política. Hace bien. Política y moral están unidas en muchos más puntos de lo que parece ¿O es concebible una política sin moral, basada siempre y sólo en el pragmatismo o los intereses, y no en el reconocimiento de los derechos, del bien, de lo honesto? ‘Nuestros legisladores tienen que basar su decisión en argumentos que van más allá de la política’, escribía hace poco J.A. Marina a propósito del caso. La Iglesia busca y propone un nuevo consenso social de respeto a la vida humana en las fases previas al alumbramiento, en sus fases embrionaria y fetal. La ley debería proteger la vida desvalida y no dejarla a merced del más fuerte; así de sencillo.
El cambio a un sistema de ‘ley de plazos’ que ahora se propone es más radical de lo que parece, no es una simple reforma de la ley anterior. Y no me refiero al asunto de los 16 años, que tal vez sea un mero señuelo para el debate, y oculta el verdadero cambio. La ley actual, con todos sus defectos, es una ley que reconociendo el derecho a la vida, acepta unas excepciones a su protección penal. Es una ley tolerante hacia situaciones durísimas y dramáticas de por sí, sobre todo para la mujer.. La ley que viene –si no lo remediamos entre todos- no sólo deja en un limbo jurídico la vida humana hasta fases avanzadas, sin ninguna protección, sino que convierte la agresión contra ella en un derecho de la mujer, sin más explicaciones. Como decía una famosa actriz, lo que me gusta es que no tengo que dar ninguna explicación cuando lo haga. No nos gusta la responsabilidad.
Al considerarlo un derecho, aparte de otorgarle reconocimiento social (por cierto, retrógrado), despoja de cualquier interés ético el ejercicio responsable de la paternidad (más allá de evitar una intervención quirúrgica), obliga a la sanidad pública a detraer notables cantidades de fondos –con la que está cayendo- para un ‘servicio’ que difícilmente puede considerarse como curación de una enfermedad; fuerza por ley a la sociedad en su conjunto (a todos nosotros) a reconocer como normal una actividad occisiva, considerada hasta ayer mismo como delictiva; dificulta la objeción de conciencia al personal médico, porque esta es difícilmente aplicable cuando se trata de auténticos derechos (como se pretende establecer), alejará de los departamentos médicos correspondientes de la sanidad pública a todo personal mínimamente sensible al problema y tragedia del aborto, del que nunca puede decirse que sea un mal menor, al menos para el que no llega a nacer. El aborto nunca debería ser reconocido como derecho. No hace falta ser obispo para darse cuenta. Basta con ser suficientemente humano.
miércoles, 18 de marzo de 2009
Por qué se equivoca Obama
(Carta publicada en El Correo)
Obama se equivoca
18.03.2009 -
Al levantar la prohibición de fondos públicos para investigaciones sobre células madre embrionarias, Barack Obama se ha sentido en la obligación de aclararnos: «Como hombre de fe, creo que estamos llamados para cuidarnos los unos a los otros y trabajar para aliviar el sufrimiento humano», pero no ha explicado si considera que cualquier medio para lograrlo es bueno y honesto, que es donde está la clave de la ética de cualquier decisión. Me temo que intenta ser un recurso de trilero de cara a las personas creyentes. También anunciaba en el mismo discurso su intención de que «las decisiones políticas se basen en hechos y no en ideologías». Sin embargo, no se entiende por qué su decisión es menos ideológica y más científica que la contraria, que considera que, puesto que un embrión humano es un ser humano vivo, no debe ser usado y destruido como si fuera un mero medio para la investigación. No quiero pensar que la verdadera razón se halle oculta tras este otro párrafo de su caótico discurso: «Cuando el Gobierno no hace estas inversiones, se pierden las oportunidades (...). Algunos de nuestros mejores científicos se van a otros países que patrocinen su trabajo, y esos países pueden llevarnos la delantera en los avances». Acabáramos.
Obama se equivoca
18.03.2009 -
Al levantar la prohibición de fondos públicos para investigaciones sobre células madre embrionarias, Barack Obama se ha sentido en la obligación de aclararnos: «Como hombre de fe, creo que estamos llamados para cuidarnos los unos a los otros y trabajar para aliviar el sufrimiento humano», pero no ha explicado si considera que cualquier medio para lograrlo es bueno y honesto, que es donde está la clave de la ética de cualquier decisión. Me temo que intenta ser un recurso de trilero de cara a las personas creyentes. También anunciaba en el mismo discurso su intención de que «las decisiones políticas se basen en hechos y no en ideologías». Sin embargo, no se entiende por qué su decisión es menos ideológica y más científica que la contraria, que considera que, puesto que un embrión humano es un ser humano vivo, no debe ser usado y destruido como si fuera un mero medio para la investigación. No quiero pensar que la verdadera razón se halle oculta tras este otro párrafo de su caótico discurso: «Cuando el Gobierno no hace estas inversiones, se pierden las oportunidades (...). Algunos de nuestros mejores científicos se van a otros países que patrocinen su trabajo, y esos países pueden llevarnos la delantera en los avances». Acabáramos.
sábado, 13 de diciembre de 2008
¿A quién ofende un crucifijo?
Desde mi punto de vista, la sentencia que el mes pasado mandó retirar los crucifijos de las aulas de un colegio público por la demanda presentada por uno de los padres (en contra de la voluntad del resto), por tratarse de un centro público, es un error y se basa en un error jurídico. Trataré de explicarlo. La presencia de un crucifijo en las aulas, aunque evidentemente no sea necesaria, no es objetivamente ofensiva para nadie, al revés, ni tiene por qué considerarse una imposición religiosa, sino más bien una manifestación religiosa, que es algo muy diferente. La quisquillosa demanda de un particular que exige que no haya ninguna manifestación religiosa en la escuela es abusiva. En la vida social hay muchísimas (fechas, nombres, palabras, fiestas, edificios, símbolos…), y considerarlas impositivas es desconocer que las sociedades y las civilizaciones tienen una historia y una realidad social, la que sea, con múltiples manifestaciones, y es excesivo que un ciudadano individual pretenda anularlas sin más, aunque le disgusten un poco, o que el Estado (un juez, en este caso) pretenda prohibirlas, mientras no sean dañinas sino genuinas manifestaciones de esa civilización. De otro modo, cualquiera podría pedir que se retirasen otros signos por un motivo igualmente subjetivo.
A mi juicio, el poner o mantener los crucifijos debería ser decisión de la comunidad escolar y no del Estado (como por otro lado sugiere la legalidad vigente). Y que conste que no me importaría que junto al crucifijo estuviesen presentes, si llegase a haber en la sociedad o en esa comunidad una presencia significativa por ejemplo del Islam o del Confucionismo, algunos de sus símbolos. Me explicaré: el Estado ha asumido como tarea propia la universalización de la enseñanza de un modo directo, es decir, encargándose él mismo de realizarla, y me parece bien. Pero la educación -que es más que la enseñanza, aunque la incluye y está íntimamente relacionada con ella-, es un deber y un derecho primordial de los padres, de los ciudadanos en cuanto padres. Por otro lado, toda educación está penetrada por una idea de la vida, del valor del hombre, del sentido de los bienes materiales y su uso, del cómo habérselas con el mal, con la muerte, del uso de la libertad… que no las crea el Parlamento; su raíz es la convicción de la trascendencia. De esas ideas derivan y dependen los Derechos Humanos (y no al revés por cierto). Por eso el Estado debe ser, en efecto, laico y aconfesional, pero no así la enseñanza que se imparte en sus escuelas, que debe ser, cuando menos, respetuosa con la sociedad que esos ciudadanos forman, tal como es; especialmente con lo valioso de ella y de su historia. No es aceptable que se me diga que si quiero símbolos religiosos me vaya a la enseñanza privada, porque la enseñanza pública es también mi enseñanza, es la de todos, no sólo de los que tienen un concepto agnóstico de la educación. La persona increyente tampoco tendría por qué imponer sus ‘símbolos’, es decir, su falta de signos. Más bien tendría que haber una convivencia ordenada y respetuosa. La Cruz, por lo demás, es el símbolo más universal y positivo de la civilización (mal llamada) occidental, representa a la persona e ideas que están en su origen, a su fundador podríamos decir; significa el amor al hombre y el perdón como medio de redención, reivindica el respeto a su dignidad, la libertad del poder, la esperanza en la resurrección: es la mejor base para la alianza de civilizaciones y para la concordia entre creyentes e increyentes, no una amenaza. En cambio, la educación ‘neutral’ no es tampoco neutral: no es ese desde luego el punto de encuentro.
Es verdad que, hipotéticamente, en algún momento los símbolos religiosos o ideas religiosas podrían llegar a convertirse en peligrosas para la convivencia y ahí desde luego debería intervenir el Estado, cuya misión es la alta dirección y protección de la convivencia en paz y armonía. Pero no tiene sentido sospechar sistemáticamente de ellas; eso sí sería ofensivo y opresivo para los ciudadanos creyentes.
A mi juicio, el poner o mantener los crucifijos debería ser decisión de la comunidad escolar y no del Estado (como por otro lado sugiere la legalidad vigente). Y que conste que no me importaría que junto al crucifijo estuviesen presentes, si llegase a haber en la sociedad o en esa comunidad una presencia significativa por ejemplo del Islam o del Confucionismo, algunos de sus símbolos. Me explicaré: el Estado ha asumido como tarea propia la universalización de la enseñanza de un modo directo, es decir, encargándose él mismo de realizarla, y me parece bien. Pero la educación -que es más que la enseñanza, aunque la incluye y está íntimamente relacionada con ella-, es un deber y un derecho primordial de los padres, de los ciudadanos en cuanto padres. Por otro lado, toda educación está penetrada por una idea de la vida, del valor del hombre, del sentido de los bienes materiales y su uso, del cómo habérselas con el mal, con la muerte, del uso de la libertad… que no las crea el Parlamento; su raíz es la convicción de la trascendencia. De esas ideas derivan y dependen los Derechos Humanos (y no al revés por cierto). Por eso el Estado debe ser, en efecto, laico y aconfesional, pero no así la enseñanza que se imparte en sus escuelas, que debe ser, cuando menos, respetuosa con la sociedad que esos ciudadanos forman, tal como es; especialmente con lo valioso de ella y de su historia. No es aceptable que se me diga que si quiero símbolos religiosos me vaya a la enseñanza privada, porque la enseñanza pública es también mi enseñanza, es la de todos, no sólo de los que tienen un concepto agnóstico de la educación. La persona increyente tampoco tendría por qué imponer sus ‘símbolos’, es decir, su falta de signos. Más bien tendría que haber una convivencia ordenada y respetuosa. La Cruz, por lo demás, es el símbolo más universal y positivo de la civilización (mal llamada) occidental, representa a la persona e ideas que están en su origen, a su fundador podríamos decir; significa el amor al hombre y el perdón como medio de redención, reivindica el respeto a su dignidad, la libertad del poder, la esperanza en la resurrección: es la mejor base para la alianza de civilizaciones y para la concordia entre creyentes e increyentes, no una amenaza. En cambio, la educación ‘neutral’ no es tampoco neutral: no es ese desde luego el punto de encuentro.
Es verdad que, hipotéticamente, en algún momento los símbolos religiosos o ideas religiosas podrían llegar a convertirse en peligrosas para la convivencia y ahí desde luego debería intervenir el Estado, cuya misión es la alta dirección y protección de la convivencia en paz y armonía. Pero no tiene sentido sospechar sistemáticamente de ellas; eso sí sería ofensivo y opresivo para los ciudadanos creyentes.
domingo, 22 de junio de 2008
Imponer un nombre
Critico la equiparación de las uniones de personas homosexuales al matrimonio, según la Ley que se aprobó en esas fechas en España. Opino que la imposición del lenguaje por favorecer la 'sensación' de normalidad a que aspira la militancia homosexual, es injusta porque la imposición por ley de los hechos culturales es cercana al totalitarismo. Alerto sobre la tendencia a considerar que una ley permisiva sólo afecta a los interesados dejando libertad a los demás: todas las leyes, por el propio significado de lo que significa una Ley nos afecta a todos.
(Este artículo fue publicado en 'El Correo' y 'El Diario Vasco', el 29 de junio de 2005)
Es loable garantizar la libertad individual y ampliar los derechos. Es un empeño irreprochable lograr que no se discrimine y sean respetadas socialmente las personas con una inclinación homosexual asumida en ejercicio de la propia libertad. Con imaginación, incluso se pueden conseguir reformas legales que eviten injustas discriminaciones en diversos aspectos jurídicos que reclaman. ¿Por qué, sin embargo, 'obligarnos' a todos 'por ley' a llamar matrimonio a una situación que jamás ha sido considerada tal?
¿No es un abuso de autoridad que alguien, aunque sea un Parlamento, 'imponga' el significado de las palabras? ¿No se ha roto «el necesario equilibrio entre la ampliación de los derechos civiles de la minoría homosexual y la salvaguarda del interés general», como ha afirmado muy sensatamente una senadora del PSC, Mercedes Aroz?Efectivamente, la reforma del Código Civil que se ha impuesto supone la equiparación o, mejor dicho, la identificación de las uniones homosexuales con el matrimonio. Así lo expresa lacónicamente la nueva redacción del Artículo 44: «El matrimonio tendrá los mismos requisitos y efectos cuando ambos contrayentes sean del mismo o de diferente sexo».
La reforma no consiste tanto en extender un derecho, sino en establecer una indefinición jurídica. Por supuesto no se trata de una indefinición casual, sino la creación de un pie forzado que permita la acogida en la figura jurídica del matrimonio de algo que toda la Humanidad ha considerado hasta ahora como otra realidad distinta del matrimonio.
Para lograrlo se lleva a cabo una especie de 'deconstrucción' del matrimonio: el sexo (no hablo de la sexualidad, sino del género) deja de ser relevante en su definición. Podríamos preguntarnos qué es entonces lo relevante, qué es lo que define jurídicamente el matrimonio, incluso qué es lo que lo hace merecedor de una definición jurídica. ¿Por qué se ha mixtificado la definición de matrimonio tan radicalmente? Se argumenta que se trata de terminar con una discriminación secular, pero esto no parece tener fundamento: a nadie se le prohíbe el matrimonio, no existe discriminación alguna; tampoco se impone, ni se le impide a nadie buscar e instaurar otras formas de vida en común. ¿Por qué entonces privar a las cosas del privilegio de su propio nombre?
George Orwell, en '1984' o en 'Rebelión en la granja', ironiza amargamente sobre las tergiversaciones ideológicas que el poder ejerce a veces sobre el lenguaje común para ocultar una realidad que se quiere negar. ¿Qué se busca? Quizá la respuesta esté en las manifestaciones de algunos conspicuos militantes del movimiento gay cuando han sido entrevistados: 'A nosotros no nos interesa en sí el matrimonio, lo que nos interesa es la igualdad'. ¿Por fin llegamos al meollo! Es decir, les da un poco igual que se cree un registro para sus uniones, que se les garantice no ser perjudicados en asuntos jurídicos, económicos, etcétera. En realidad, todo eso les parece completamente secundario a la hora de la verdad, pues, en realidad, todo lo que echan en falta y les sirve de argumento para reivindicar el matrimonio monoparental lo podrían obtener sin matrimonio. Lo que en realidad parecen desear es, sin más, que su unión sea socialmente considerada idéntica al matrimonio, 'por ley', que la ley diga o 'dicte' esa identidad que tal vez jamás conseguirían culturalmente.El Gobierno que lo promueve defiende, en cambio, ingenuamente, que no se trata de ningún cambio para el matrimonio, sino de la 'ampliación de un derecho' a un colectivo ciudadano, que en nada restringe ni modifica los derechos de los demás. Pero eso no es del todo verdad. Todas las leyes positivas afectan a todos los ciudadanos al crear, al menos potencialmente, algunas o muchas obligaciones. Es cierto desde luego que no se obliga a nadie a casarse con alguien del mismo sexo, pero también es cierto que jurídicamente, por ejemplo, se nos obliga a todos -incluso a quienes no piensen así- y a la sociedad, al 'sujeto político', a considerar esas uniones como si fueran matrimonio. Más allá de una 'political correctness' -que ya existía- se crea una obligación jurídica y, por tanto, una nueva moralidad impuesta e imponible por ley. Hace unos meses, un brillante pensador y político italiano fue sometido a un vergonzoso proceso inquisitorial laico (con examen público de pensamientos y juicios morales internos) en el Parlamento europeo; se inquirió indecentemente si él pensaba que la homosexualidad era un pecado, y al descubrirlo fue inmediatamente censurado y vetado. Dentro de poco será ilegal enseñar en la escuela que el matrimonio es la unión de un hombre y una mujer. ¿Es soportable que lo cultural se imponga por la fuerza de la ley? ¿Puede un Parlamento crear la verdad, el significado, e imponerlos a los ciudadanos?A partir de ahora, 'por ley' no podré yo, ciudadano, decir que eso no es un matrimonio. Se trata, pues, de la imposición que me afecta: es más, se trata de una opinión moral, por cierto la que hasta ahora ha sido completamente minoritaria; tanto que es inédita en la historia de la civilización. No es que se nos imponga a todos el respeto a las personas homosexuales, de manera que no sean nunca maltratados, insultados, injustamente discriminados; no es que se facilite su situación de convivencia, si quieren asumir la homosexualidad como forma amorosa... No, sino que se impone a la fuerza -la fuerza de la ley- la respetabilidad moral de una conducta a base de equipararla obligatoriamente, 'por ley', a una institución respetable.Aunque es poco probable que consigan doblegar la rigidez del Gobierno, hay que agradecer a la inmensa mayoría de las organizaciones familiares que hayan dado la batalla dialéctica en esta cuestión, en la que en la mayoría de los partidos y de medios de comunicación ha prevalecido el apoyo a la medida, tal vez pensando que contenta a algunos y no hace mal a nadie. La gente parece decir: 'Es cosa de ellos, que hagan lo que quieran'; como si el asunto no afectase a la entera sociedad. También a las iglesias, especialmente a la Iglesia católica, que ha asumido el papel menos apetecible de la crítica desde el primer momento. Ni su doctrina es homófoba (por el contrario, su juicio sobre la homosexualidad es muy matizado y respetuoso), ni le hace especial ilusión gastar su predicación en estos temas, que no son desde luego los primordiales de la vida de la Iglesia (casi al mismo tiempo que su última nota sobre la ley de marras, por ejemplo, sacó otra sobre la inmigración que nadie del Gobierno o de los periódicos se molestó en comentar); pero se ha atrevido a cargar con el coste de impopularidad que conlleva la valentía de ir contracorriente y someterse a un linchamiento mediático.
(Este artículo fue publicado en 'El Correo' y 'El Diario Vasco', el 29 de junio de 2005)
Es loable garantizar la libertad individual y ampliar los derechos. Es un empeño irreprochable lograr que no se discrimine y sean respetadas socialmente las personas con una inclinación homosexual asumida en ejercicio de la propia libertad. Con imaginación, incluso se pueden conseguir reformas legales que eviten injustas discriminaciones en diversos aspectos jurídicos que reclaman. ¿Por qué, sin embargo, 'obligarnos' a todos 'por ley' a llamar matrimonio a una situación que jamás ha sido considerada tal?
¿No es un abuso de autoridad que alguien, aunque sea un Parlamento, 'imponga' el significado de las palabras? ¿No se ha roto «el necesario equilibrio entre la ampliación de los derechos civiles de la minoría homosexual y la salvaguarda del interés general», como ha afirmado muy sensatamente una senadora del PSC, Mercedes Aroz?Efectivamente, la reforma del Código Civil que se ha impuesto supone la equiparación o, mejor dicho, la identificación de las uniones homosexuales con el matrimonio. Así lo expresa lacónicamente la nueva redacción del Artículo 44: «El matrimonio tendrá los mismos requisitos y efectos cuando ambos contrayentes sean del mismo o de diferente sexo».
La reforma no consiste tanto en extender un derecho, sino en establecer una indefinición jurídica. Por supuesto no se trata de una indefinición casual, sino la creación de un pie forzado que permita la acogida en la figura jurídica del matrimonio de algo que toda la Humanidad ha considerado hasta ahora como otra realidad distinta del matrimonio.
Para lograrlo se lleva a cabo una especie de 'deconstrucción' del matrimonio: el sexo (no hablo de la sexualidad, sino del género) deja de ser relevante en su definición. Podríamos preguntarnos qué es entonces lo relevante, qué es lo que define jurídicamente el matrimonio, incluso qué es lo que lo hace merecedor de una definición jurídica. ¿Por qué se ha mixtificado la definición de matrimonio tan radicalmente? Se argumenta que se trata de terminar con una discriminación secular, pero esto no parece tener fundamento: a nadie se le prohíbe el matrimonio, no existe discriminación alguna; tampoco se impone, ni se le impide a nadie buscar e instaurar otras formas de vida en común. ¿Por qué entonces privar a las cosas del privilegio de su propio nombre?
George Orwell, en '1984' o en 'Rebelión en la granja', ironiza amargamente sobre las tergiversaciones ideológicas que el poder ejerce a veces sobre el lenguaje común para ocultar una realidad que se quiere negar. ¿Qué se busca? Quizá la respuesta esté en las manifestaciones de algunos conspicuos militantes del movimiento gay cuando han sido entrevistados: 'A nosotros no nos interesa en sí el matrimonio, lo que nos interesa es la igualdad'. ¿Por fin llegamos al meollo! Es decir, les da un poco igual que se cree un registro para sus uniones, que se les garantice no ser perjudicados en asuntos jurídicos, económicos, etcétera. En realidad, todo eso les parece completamente secundario a la hora de la verdad, pues, en realidad, todo lo que echan en falta y les sirve de argumento para reivindicar el matrimonio monoparental lo podrían obtener sin matrimonio. Lo que en realidad parecen desear es, sin más, que su unión sea socialmente considerada idéntica al matrimonio, 'por ley', que la ley diga o 'dicte' esa identidad que tal vez jamás conseguirían culturalmente.El Gobierno que lo promueve defiende, en cambio, ingenuamente, que no se trata de ningún cambio para el matrimonio, sino de la 'ampliación de un derecho' a un colectivo ciudadano, que en nada restringe ni modifica los derechos de los demás. Pero eso no es del todo verdad. Todas las leyes positivas afectan a todos los ciudadanos al crear, al menos potencialmente, algunas o muchas obligaciones. Es cierto desde luego que no se obliga a nadie a casarse con alguien del mismo sexo, pero también es cierto que jurídicamente, por ejemplo, se nos obliga a todos -incluso a quienes no piensen así- y a la sociedad, al 'sujeto político', a considerar esas uniones como si fueran matrimonio. Más allá de una 'political correctness' -que ya existía- se crea una obligación jurídica y, por tanto, una nueva moralidad impuesta e imponible por ley. Hace unos meses, un brillante pensador y político italiano fue sometido a un vergonzoso proceso inquisitorial laico (con examen público de pensamientos y juicios morales internos) en el Parlamento europeo; se inquirió indecentemente si él pensaba que la homosexualidad era un pecado, y al descubrirlo fue inmediatamente censurado y vetado. Dentro de poco será ilegal enseñar en la escuela que el matrimonio es la unión de un hombre y una mujer. ¿Es soportable que lo cultural se imponga por la fuerza de la ley? ¿Puede un Parlamento crear la verdad, el significado, e imponerlos a los ciudadanos?A partir de ahora, 'por ley' no podré yo, ciudadano, decir que eso no es un matrimonio. Se trata, pues, de la imposición que me afecta: es más, se trata de una opinión moral, por cierto la que hasta ahora ha sido completamente minoritaria; tanto que es inédita en la historia de la civilización. No es que se nos imponga a todos el respeto a las personas homosexuales, de manera que no sean nunca maltratados, insultados, injustamente discriminados; no es que se facilite su situación de convivencia, si quieren asumir la homosexualidad como forma amorosa... No, sino que se impone a la fuerza -la fuerza de la ley- la respetabilidad moral de una conducta a base de equipararla obligatoriamente, 'por ley', a una institución respetable.Aunque es poco probable que consigan doblegar la rigidez del Gobierno, hay que agradecer a la inmensa mayoría de las organizaciones familiares que hayan dado la batalla dialéctica en esta cuestión, en la que en la mayoría de los partidos y de medios de comunicación ha prevalecido el apoyo a la medida, tal vez pensando que contenta a algunos y no hace mal a nadie. La gente parece decir: 'Es cosa de ellos, que hagan lo que quieran'; como si el asunto no afectase a la entera sociedad. También a las iglesias, especialmente a la Iglesia católica, que ha asumido el papel menos apetecible de la crítica desde el primer momento. Ni su doctrina es homófoba (por el contrario, su juicio sobre la homosexualidad es muy matizado y respetuoso), ni le hace especial ilusión gastar su predicación en estos temas, que no son desde luego los primordiales de la vida de la Iglesia (casi al mismo tiempo que su última nota sobre la ley de marras, por ejemplo, sacó otra sobre la inmigración que nadie del Gobierno o de los periódicos se molestó en comentar); pero se ha atrevido a cargar con el coste de impopularidad que conlleva la valentía de ir contracorriente y someterse a un linchamiento mediático.
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