domingo, 4 de septiembre de 2011
jueves, 25 de agosto de 2011
martes, 6 de julio de 2010
Más de Tomás Moro
I tratti comuni che brillano nei grandi santi inglesi
Niente paura
ci basta la verità
di Inos Biffi
Ci sono alcuni tratti che si direbbe emergano e accomunino alcuni dei grandi santi inglesi, come Thomas More, John Fisher, Thomas Becket, e, più vicino a noi John Henry Newman, prossimamente beato, ai quali assoceremmo Anselmo d'Aosta, arcivescovo di Canterbury. Sono i tratti della libertà interiore, della fedeltà alla coscienza, dell'obbedienza assoluta alla legge divina, del riconoscimento dell'autorità umana nel suo legittimo esercizio, e della comunione con la Chiesa di Roma, come segno imprescindibile della comunione con la Chiesa Cattolica.
Nella sua ultima e commovente lettera alla figlia Margaret Thomas More scriveva il 5 luglio 1535: "Domani è la vigilia di san Tommaso e il giorno dell'ottava di san Pietro. Vorrei andare a Dio proprio domani, in un giorno così propizio per me"; il 7 luglio era la festa annuale della traslazione delle reliquie di Thomas Becket. E così avvenne. Il 6 luglio venne decapitato sullo spiazzo davanti a quella Torre. Si era rifiutato di sottoscrivere.
L'episcopato inglese, una quindicina di vescovi - noi diremmo l'intera conferenza episcopale - aveva già capitolato, a parte il vescovo di Rochester, John Fisher.
Thomas More, che già da tre anni si era dimesso dalla prestigiosa carica di cancelliere, affrontando con serenità e fiducia nella Provvidenza una sempre più grave condizione di indigenza, era rinchiuso, malato, nella Torre di Londra dall'aprile 1534, dove non mancavano giorni di sfiducia, ed era consolato dalla preghiera e particolarmente dalla meditazione sulla Passione - lo attestano le opere composte in quei mesi: il Dialogo del conforto, il Trattato sulla passione, la Tristezza di Cristo; d'altronde egli dichiarava di conoscere ben pochi uomini al mondo privi di coraggio come lui. Scriveva però alla figlia: "Ho la sensazione che Dio mi tenga sulle ginocchia e mi stia viziando come un bambino".
More si era rifiutato sia di firmare la lettera inviata al Papa in cui si chiedeva che venisse sciolto il primo matrimonio di Enrico VIII - che Clemente vii avrebbe dichiarato valido - sia di giurare con la formula dell'Atto di successione col preambolo che implicava il rigetto totale di ogni legame o dipendenza della Chiesa inglese dalla Chiesa di Roma; sia, infine, di accettare l'Atto di Supremazia, che dichiarava il re "il solo capo supremo in terra della Chiesa inglese". Di qui il processo, il primo luglio e la condanna a morte. John Fisher era stato decapitato il 22 giugno, mentre quattro monaci della certosa di Londra erano stati orrendamente squartati e sventrati.
Ai vari interrogatori More spiegava le ragioni della sua opposizione: col suo consenso avrebbe messo in pericolo la salvezza della sua anima. Si sarebbe separato dall'unità della Chiesa, e questo sarebbe stato contro la sua coscienza. D'altronde aveva chiaramente dichiarato in una lettera la sua libertà interiore: "Io non ho mai voluto attaccare l'anima mia sulla schiena di nessun altro, fosse pure il migliore degli uomini. Non c'è nessun uomo al mondo, finché si vive, di cui si possa essere del tutto sicuri". "L'unità della Chiesa cattolica era la ragione prima del suo rifiuto. La sua coscienza gli imponeva di stare con il consiglio della cristianità intera, non con il consiglio di un solo regno. L'Atto del Parlamento era contrario alle leggi di Dio e della Chiesa" (Angelo Paredi), che egli vedeva senza il minimo dubbio nella Chiesa di Roma, a cui professava irrinunciabile fedeltà.
E questo è veramente sorprendente, se si pensa ai papi del suo tempo, i peggiori del Rinascimento: da Alessandro vi a Giulio ii, da Leone x a Clemente vii. Solo che More, di là dagli abusi dei suoi pastori, aveva colto della Chiesa il non intaccabile mistero, com'era avvenuto per Dante, che, pur non esitando a mandare all'inferno anche dei papi, non cessava di vedere in loro l'immagine di Cristo e di conservare la "riverenza delle somme chiavi" (Inferno, xix, 101).
Anche nella tragica circostanza dell'esecuzione si rivelò lo humour che contrassegnava il carattere di More, "l'uomo di tutte le ore (omnium horarum homo)", come lo ebbe a chiamare Erasmo, il quale, nel profilo biografico, scrive che sembrava "venuto al mondo per prendere in giro la gente" e si domanda: "Che ha mai creato la natura di più gentile, dolce e prezioso del genio di Thomas More?".
Pregò, dunque, chi lo accompagnava sul patibolo di dargli una mano per salire, che a scendere si sarebbe arrangiato da solo, mentre, ancora immediatamente prima di essere decapitato, volle ripetere che egli moriva nella fede e per la fede della santa Chiesa Cattolica, aggiungendo che moriva "suddito fedele del re, e di Dio innanzi tutto (King's good servant and God's first)".
La figura di Thomas More, così eccezionale ed eroica nella sua umana normalità, continua ad affascinare. Come la quella di Thomas Becket, nella quale risaltano gli stessi tratti che contrassegnano la santità di More, decapitato, secondo il suo desiderio, la vigilia della festa che commemorava la traslazione delle reliquie di Becket.
Cancelliere di Enrico ii e suo compagno d'avventure e di divertimento, nominato arcivescovo di Canterbury, Becket divenne un altro uomo, un uomo di Chiesa, inaspettatamente ormai in fermo contrasto col re, e con quanti dell'episcopato lo sostengono, per affermare la libertà della Chiesa - la sanctae Ecclesiae libertas, come egli scrive - e professare la sua comunione con la Sede Apostolica.
L'espressione libertas Ecclesiae richiama sant'Anselmo suo predecessore nelle Chiesa di Canterbury. Certamente, Tommaso non è Anselmo, non ha il suo prestigio, la sua spiritualità, il suo limpido passato; e tuttavia, con le possibilità e i limiti che gli sono propri, non apparirà minore il suo amore per la Chiesa, e lo rivelerà in forma tragica e suprema il vespro del 29 dicembre del 1170.
Avrebbe detto al re: "Con la grazia di Dio noi esporremo la nostra testa ai persecutori della Chiesa". E Alessandro iii, che di Tommaso aveva potuto conoscere difetti e pregi, canonizzandolo il 21 febbraio 1173, non dubiterà a collegare il martirio alla causa della libertà della Chiesa: Tommaso "ha combattuto fino alla morte per la giustizia della Chiesa (pro iustitia Dei et Ecclesiae)".
Le ultime parole di Becket di fronte ai suoi sicari richiamano quelle di Thomas More: "Per il nome di Gesù e per la protezione della Chiesa sono pronto ad abbracciare la morte"; e non "da traditore del re, ma da sacerdote". Poco prima aveva dichiarato: "Confido nel re dei cieli, che per i suoi è morto in croce. Da questo giorno in avanti nessuno vedrà più il mare tra me e la mia Chiesa".
Nel 1538 Enrico VIII darà ordine di demolire il sarcofago di Tommaso, di disperderne le ossa, di cancellare il suo nome dal calendario. Si capisce che il ricordo di Becket potesse essere insopportabile al re che aveva fatto decapitare un altro cancelliere, sempre di nome Tommaso, questa volta non vescovo ma laico.
Anche la figura di Thomas Becket non ha cessato di esercitare un'attrattiva profonda e la sua tomba di essere la mèta dei più celebri e suggestivi pellegrinaggi del medio evo. Abbiamo accennato a sant'Anselmo d'Aosta, predecessore di Becket a Canterbury. Non fu corporalmente martire, ma per la libertà della Chiesa, la comunione con la Sede Apostolica, e la fedeltà alla propria coscienza subì l'esilio e trascorse una vita tribolatissima. Scriverà a Papa Pasquale: "Il re esigeva che io dessi il mio assenso, come se si trattasse di cose rette, ai suoi voleri che erano contrari alla legge e alla volontà di Dio". E si appellerà alla propria coscienza, cui era sensibilissimo, pur sapendo che contro la sua convinzione stava tutta l'Inghilterra, compresi i vescovi concordi con il re. "Tutta la forza dell'Inghilterra - dirà - cerca di eliminarmi, dal momento che non riesce a distogliermi dall'obbedienza alla Sede Apostolica". E dichiarerà: "Preferisco essere in disaccordo con gli uomini che, d'accordo con loro, essere in disaccordo con Dio".
Sono i motivi che abbiamo riscontrato in Thomas More e in Thomas Becket: la legge di Dio, la coscienza, la libertà della Chiesa e la comunione con la Chiesa di Roma.
Gli stessi, d'altra parte, che sentiamo ripetuti in John Henry Newman, presto beato, che, per fedeltà alla sua coscienza, torna alla "Chiesa dei Padri" riconoscibile nella "Chiesa Cattolica governata dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con lui". Né mai si sarebbe pentito del passo fatto. Trent'anni dopo la conversione avrebbe confidato: "Non ho mai esitato, neppure per un solo istante, nella convinzione che fosse mio preciso dovere entrare, come allora ho fatto, in questa Chiesa cattolica che, nella mia propria coscienza, ho sentito essere divina".
E a Jemima, angosciata dalla scelta del fratello, dichiarava che se avesse fatto diversamente, avrebbe recato offesa Dio: "Non vedo nulla che mi possa spingere alla decisione, se non il pensiero che offenderei Dio non facendolo", le stesse parole di Thomas More.
Secondo tratti che concordemente brillano in alcuni grandi santi.
(©L'Osservatore Romano - 5-6 luglio 2010)
Niente paura
ci basta la verità
di Inos Biffi
Ci sono alcuni tratti che si direbbe emergano e accomunino alcuni dei grandi santi inglesi, come Thomas More, John Fisher, Thomas Becket, e, più vicino a noi John Henry Newman, prossimamente beato, ai quali assoceremmo Anselmo d'Aosta, arcivescovo di Canterbury. Sono i tratti della libertà interiore, della fedeltà alla coscienza, dell'obbedienza assoluta alla legge divina, del riconoscimento dell'autorità umana nel suo legittimo esercizio, e della comunione con la Chiesa di Roma, come segno imprescindibile della comunione con la Chiesa Cattolica.
Nella sua ultima e commovente lettera alla figlia Margaret Thomas More scriveva il 5 luglio 1535: "Domani è la vigilia di san Tommaso e il giorno dell'ottava di san Pietro. Vorrei andare a Dio proprio domani, in un giorno così propizio per me"; il 7 luglio era la festa annuale della traslazione delle reliquie di Thomas Becket. E così avvenne. Il 6 luglio venne decapitato sullo spiazzo davanti a quella Torre. Si era rifiutato di sottoscrivere.
L'episcopato inglese, una quindicina di vescovi - noi diremmo l'intera conferenza episcopale - aveva già capitolato, a parte il vescovo di Rochester, John Fisher.
Thomas More, che già da tre anni si era dimesso dalla prestigiosa carica di cancelliere, affrontando con serenità e fiducia nella Provvidenza una sempre più grave condizione di indigenza, era rinchiuso, malato, nella Torre di Londra dall'aprile 1534, dove non mancavano giorni di sfiducia, ed era consolato dalla preghiera e particolarmente dalla meditazione sulla Passione - lo attestano le opere composte in quei mesi: il Dialogo del conforto, il Trattato sulla passione, la Tristezza di Cristo; d'altronde egli dichiarava di conoscere ben pochi uomini al mondo privi di coraggio come lui. Scriveva però alla figlia: "Ho la sensazione che Dio mi tenga sulle ginocchia e mi stia viziando come un bambino".
More si era rifiutato sia di firmare la lettera inviata al Papa in cui si chiedeva che venisse sciolto il primo matrimonio di Enrico VIII - che Clemente vii avrebbe dichiarato valido - sia di giurare con la formula dell'Atto di successione col preambolo che implicava il rigetto totale di ogni legame o dipendenza della Chiesa inglese dalla Chiesa di Roma; sia, infine, di accettare l'Atto di Supremazia, che dichiarava il re "il solo capo supremo in terra della Chiesa inglese". Di qui il processo, il primo luglio e la condanna a morte. John Fisher era stato decapitato il 22 giugno, mentre quattro monaci della certosa di Londra erano stati orrendamente squartati e sventrati.
Ai vari interrogatori More spiegava le ragioni della sua opposizione: col suo consenso avrebbe messo in pericolo la salvezza della sua anima. Si sarebbe separato dall'unità della Chiesa, e questo sarebbe stato contro la sua coscienza. D'altronde aveva chiaramente dichiarato in una lettera la sua libertà interiore: "Io non ho mai voluto attaccare l'anima mia sulla schiena di nessun altro, fosse pure il migliore degli uomini. Non c'è nessun uomo al mondo, finché si vive, di cui si possa essere del tutto sicuri". "L'unità della Chiesa cattolica era la ragione prima del suo rifiuto. La sua coscienza gli imponeva di stare con il consiglio della cristianità intera, non con il consiglio di un solo regno. L'Atto del Parlamento era contrario alle leggi di Dio e della Chiesa" (Angelo Paredi), che egli vedeva senza il minimo dubbio nella Chiesa di Roma, a cui professava irrinunciabile fedeltà.
E questo è veramente sorprendente, se si pensa ai papi del suo tempo, i peggiori del Rinascimento: da Alessandro vi a Giulio ii, da Leone x a Clemente vii. Solo che More, di là dagli abusi dei suoi pastori, aveva colto della Chiesa il non intaccabile mistero, com'era avvenuto per Dante, che, pur non esitando a mandare all'inferno anche dei papi, non cessava di vedere in loro l'immagine di Cristo e di conservare la "riverenza delle somme chiavi" (Inferno, xix, 101).
Anche nella tragica circostanza dell'esecuzione si rivelò lo humour che contrassegnava il carattere di More, "l'uomo di tutte le ore (omnium horarum homo)", come lo ebbe a chiamare Erasmo, il quale, nel profilo biografico, scrive che sembrava "venuto al mondo per prendere in giro la gente" e si domanda: "Che ha mai creato la natura di più gentile, dolce e prezioso del genio di Thomas More?".
Pregò, dunque, chi lo accompagnava sul patibolo di dargli una mano per salire, che a scendere si sarebbe arrangiato da solo, mentre, ancora immediatamente prima di essere decapitato, volle ripetere che egli moriva nella fede e per la fede della santa Chiesa Cattolica, aggiungendo che moriva "suddito fedele del re, e di Dio innanzi tutto (King's good servant and God's first)".
La figura di Thomas More, così eccezionale ed eroica nella sua umana normalità, continua ad affascinare. Come la quella di Thomas Becket, nella quale risaltano gli stessi tratti che contrassegnano la santità di More, decapitato, secondo il suo desiderio, la vigilia della festa che commemorava la traslazione delle reliquie di Becket.
Cancelliere di Enrico ii e suo compagno d'avventure e di divertimento, nominato arcivescovo di Canterbury, Becket divenne un altro uomo, un uomo di Chiesa, inaspettatamente ormai in fermo contrasto col re, e con quanti dell'episcopato lo sostengono, per affermare la libertà della Chiesa - la sanctae Ecclesiae libertas, come egli scrive - e professare la sua comunione con la Sede Apostolica.
L'espressione libertas Ecclesiae richiama sant'Anselmo suo predecessore nelle Chiesa di Canterbury. Certamente, Tommaso non è Anselmo, non ha il suo prestigio, la sua spiritualità, il suo limpido passato; e tuttavia, con le possibilità e i limiti che gli sono propri, non apparirà minore il suo amore per la Chiesa, e lo rivelerà in forma tragica e suprema il vespro del 29 dicembre del 1170.
Avrebbe detto al re: "Con la grazia di Dio noi esporremo la nostra testa ai persecutori della Chiesa". E Alessandro iii, che di Tommaso aveva potuto conoscere difetti e pregi, canonizzandolo il 21 febbraio 1173, non dubiterà a collegare il martirio alla causa della libertà della Chiesa: Tommaso "ha combattuto fino alla morte per la giustizia della Chiesa (pro iustitia Dei et Ecclesiae)".
Le ultime parole di Becket di fronte ai suoi sicari richiamano quelle di Thomas More: "Per il nome di Gesù e per la protezione della Chiesa sono pronto ad abbracciare la morte"; e non "da traditore del re, ma da sacerdote". Poco prima aveva dichiarato: "Confido nel re dei cieli, che per i suoi è morto in croce. Da questo giorno in avanti nessuno vedrà più il mare tra me e la mia Chiesa".
Nel 1538 Enrico VIII darà ordine di demolire il sarcofago di Tommaso, di disperderne le ossa, di cancellare il suo nome dal calendario. Si capisce che il ricordo di Becket potesse essere insopportabile al re che aveva fatto decapitare un altro cancelliere, sempre di nome Tommaso, questa volta non vescovo ma laico.
Anche la figura di Thomas Becket non ha cessato di esercitare un'attrattiva profonda e la sua tomba di essere la mèta dei più celebri e suggestivi pellegrinaggi del medio evo. Abbiamo accennato a sant'Anselmo d'Aosta, predecessore di Becket a Canterbury. Non fu corporalmente martire, ma per la libertà della Chiesa, la comunione con la Sede Apostolica, e la fedeltà alla propria coscienza subì l'esilio e trascorse una vita tribolatissima. Scriverà a Papa Pasquale: "Il re esigeva che io dessi il mio assenso, come se si trattasse di cose rette, ai suoi voleri che erano contrari alla legge e alla volontà di Dio". E si appellerà alla propria coscienza, cui era sensibilissimo, pur sapendo che contro la sua convinzione stava tutta l'Inghilterra, compresi i vescovi concordi con il re. "Tutta la forza dell'Inghilterra - dirà - cerca di eliminarmi, dal momento che non riesce a distogliermi dall'obbedienza alla Sede Apostolica". E dichiarerà: "Preferisco essere in disaccordo con gli uomini che, d'accordo con loro, essere in disaccordo con Dio".
Sono i motivi che abbiamo riscontrato in Thomas More e in Thomas Becket: la legge di Dio, la coscienza, la libertà della Chiesa e la comunione con la Chiesa di Roma.
Gli stessi, d'altra parte, che sentiamo ripetuti in John Henry Newman, presto beato, che, per fedeltà alla sua coscienza, torna alla "Chiesa dei Padri" riconoscibile nella "Chiesa Cattolica governata dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con lui". Né mai si sarebbe pentito del passo fatto. Trent'anni dopo la conversione avrebbe confidato: "Non ho mai esitato, neppure per un solo istante, nella convinzione che fosse mio preciso dovere entrare, come allora ho fatto, in questa Chiesa cattolica che, nella mia propria coscienza, ho sentito essere divina".
E a Jemima, angosciata dalla scelta del fratello, dichiarava che se avesse fatto diversamente, avrebbe recato offesa Dio: "Non vedo nulla che mi possa spingere alla decisione, se non il pensiero che offenderei Dio non facendolo", le stesse parole di Thomas More.
Secondo tratti che concordemente brillano in alcuni grandi santi.
(©L'Osservatore Romano - 5-6 luglio 2010)
Hoy murió Tomás Moro
Il 6 luglio 1535 veniva giustiziato Thomas More
Un dialogo chiamato coscienza
Pubblichiamo alcuni stralci di una conferenza tenuta a Roma, all'Istituto diplomatico di Villa Madama, dall'arcivescovo segretario della Congregazione per l'educazione cattolica.
di Jean-Louis Bruguès
Poco tempo dopo essere salito al trono, Enrico VIII aveva sposato Caterina d'Aragona, la quale era stata già la moglie di suo fratello maggiore, Arturo. Gli diede cinque figli, ma una figlia soltanto sopravvisse, Maria. Enrico aveva quindi una doppia preoccupazione. Aveva bisogno di un figlio allo scopo di assicurare in Inghilterra il futuro della dinastia che, ricordiamoci, aveva appena ottenuto il trono nella persona di suo padre Enrico vii, e rimaneva quindi fragile. Aveva bisogno di un successore energico per portare avanti la sua opera di "levatrice" della nazione inglese. Secondo la mentalità dell'epoca, una figlia sembrava incapace di avere una tale autorità.
L'ironia della storia ha voluto che il suo unico figlio, Edoardo, lasciasse solo un ricordo insignificante, mentre la sua seconda figlia, la grande Elisabetta, con mano di ferro ha fatto entrare l'Inghilterra nel concerto delle nazioni moderne.
Enrico VIII "deve" quindi ripudiare sua moglie. Aspetta dal Papa una dichiarazione di nullità del suo matrimonio; Clemente vii si rifiuta, o piuttosto fa trascinare le cose per le lunghe.
Il re persiste nei suoi progetti. È allora che un membro del Parlamento molto influente e molto abile, Thomas Cromwell, lo convince a seguire l'esempio dei principi tedeschi e separarsi di Roma.
Nel 1531, Enrico si proclama capo supremo della Chiesa d'Inghilterra. Thomas More restituisce i sigilli il 16 maggio 1532. Il 12 aprile 1534, viene convocato a Lambeth per prestare giuramento di fedeltà all'Atto di Supremazia che riduce l'autorità del Papa e conferma il divorzio del re. Thomas, però, rifiuta per due volte.
Non è tanto la questione del divorzio ciò che preoccupa la sua coscienza, ma la scissione della Chiesa e il tradimento di Roma che gli viene richiesto. Interpella il procuratore generale, sir Richard Rich, a cui aveva prestato grandi servizi nel passato: "Supponete - disse More - che il Parlamento faccia una legge affermando che Dio non sia Dio, lei direbbe, procuratore Rich, che Dio non è Dio?", "No, signore - rispose il procuratore - non lo direi, ma nessun Parlamento farebbe mai tale legge". "Ebbene - replicò More - il Parlamento non può neanche fare del re il capo supremo della Chiesa".
More fu condannato per alto tradimento e morì sul patibolo il 6 luglio 1535. Thomas More è stato sempre fedele al suo affetto verso il re; è stato fedele alla politica di quest'ultimo, che voleva riunire i popoli dell'isola in una nazione potente. Un giorno, queste fedeltà si sono trovate in opposizione con una fedeltà che More stimava superiore, la fedeltà alla propria coscienza.
La parola coscienza appare per ben diciassette volte nel suo ultimo scritto in forma di testamento. Per un cristiano, la coscienza non è soltanto quel luogo intimo dove l'uomo delibera con se stesso prima di prendere una decisione morale; essa è l'elevazione dell'essere che permette all'uomo di giudicare con la conoscenza propria di Dio.
Come scriverà tre secoli più tardi John Henry Newman, un altro inglese che la Chiesa si prepara a beatificare: "La coscienza implica una relazione tra l'anima e qualcosa di esterno, molto di più, di superiore a essa; una relazione con una perfezione che essa non possiede, con un tribunale sul quale essa non ha nessun potere". È la voce stessa di Dio che, entrando nel cuore dell'uomo, gli indica la via del bene e della verità. Per More, questa stessa voce gli mostra che la fedeltà a Cristo, promessa di ogni battesimo, implica la fedeltà a Roma dove siede il Vicario di Cristo.
Insomma, More si iscriveva nella lunga litania dei martiri della coscienza. A partire dalla piccola Antigone che dichiarava al suo re che esistevano delle "leggi sussurrate al cuore" (Sofocle) che superavano le leggi della città, e che era meglio obbedire a esse, a costo di morire, i testimoni di questa libertà suprema sono stati una legione, che si sono sollevati contro i totalitarismi di tutte le specie.
Il rischio non è minore ai nostri giorni. Nelle società secolarizzate, dove l'ipotesi di una qualunque trascendenza è esclusa dalle scelte collettive, c'è il grande pericolo di lasciar credere di nuovo che non esiste niente al di sopra delle leggi della città. Questa è sempre stata la pretesa dello Stato di assoggettare le autorità morali, o di farle tacere, per attribuire a se stesso un'autorità morale assoluta.
I primi martiri cristiani ne sapevano qualcosa, poiché furono messi a morte per ragioni politiche, e non religiose. La coscienza ci suggerisce che ciò che è legale non è necessariamente legittimo, e che esistono delle circostanze nelle quali la dignità e la libertà della persona la spingono a fare obiezione, perfino a insorgere. Max Weber affermava che, quando si trovano in opposizione, l'etica della convinzione (personale) deve sempre inchinarsi davanti all'etica della responsabilità (incidenza collettiva). Il cristianesimo crede l'inverso: la dignità dell'uomo gli intima l'ordine di seguire la sua coscienza fino in fondo.
Per Thomas More esiste in ciascuno di noi un organo meraviglioso che ci rende superiori alle leggi politiche. È questo organo che fa di noi degli esseri liberi.
(©L'Osservatore Romano - 5-6 luglio 2010)
Un dialogo chiamato coscienza
Pubblichiamo alcuni stralci di una conferenza tenuta a Roma, all'Istituto diplomatico di Villa Madama, dall'arcivescovo segretario della Congregazione per l'educazione cattolica.
di Jean-Louis Bruguès
Poco tempo dopo essere salito al trono, Enrico VIII aveva sposato Caterina d'Aragona, la quale era stata già la moglie di suo fratello maggiore, Arturo. Gli diede cinque figli, ma una figlia soltanto sopravvisse, Maria. Enrico aveva quindi una doppia preoccupazione. Aveva bisogno di un figlio allo scopo di assicurare in Inghilterra il futuro della dinastia che, ricordiamoci, aveva appena ottenuto il trono nella persona di suo padre Enrico vii, e rimaneva quindi fragile. Aveva bisogno di un successore energico per portare avanti la sua opera di "levatrice" della nazione inglese. Secondo la mentalità dell'epoca, una figlia sembrava incapace di avere una tale autorità.
L'ironia della storia ha voluto che il suo unico figlio, Edoardo, lasciasse solo un ricordo insignificante, mentre la sua seconda figlia, la grande Elisabetta, con mano di ferro ha fatto entrare l'Inghilterra nel concerto delle nazioni moderne.
Enrico VIII "deve" quindi ripudiare sua moglie. Aspetta dal Papa una dichiarazione di nullità del suo matrimonio; Clemente vii si rifiuta, o piuttosto fa trascinare le cose per le lunghe.
Il re persiste nei suoi progetti. È allora che un membro del Parlamento molto influente e molto abile, Thomas Cromwell, lo convince a seguire l'esempio dei principi tedeschi e separarsi di Roma.
Nel 1531, Enrico si proclama capo supremo della Chiesa d'Inghilterra. Thomas More restituisce i sigilli il 16 maggio 1532. Il 12 aprile 1534, viene convocato a Lambeth per prestare giuramento di fedeltà all'Atto di Supremazia che riduce l'autorità del Papa e conferma il divorzio del re. Thomas, però, rifiuta per due volte.
Non è tanto la questione del divorzio ciò che preoccupa la sua coscienza, ma la scissione della Chiesa e il tradimento di Roma che gli viene richiesto. Interpella il procuratore generale, sir Richard Rich, a cui aveva prestato grandi servizi nel passato: "Supponete - disse More - che il Parlamento faccia una legge affermando che Dio non sia Dio, lei direbbe, procuratore Rich, che Dio non è Dio?", "No, signore - rispose il procuratore - non lo direi, ma nessun Parlamento farebbe mai tale legge". "Ebbene - replicò More - il Parlamento non può neanche fare del re il capo supremo della Chiesa".
More fu condannato per alto tradimento e morì sul patibolo il 6 luglio 1535. Thomas More è stato sempre fedele al suo affetto verso il re; è stato fedele alla politica di quest'ultimo, che voleva riunire i popoli dell'isola in una nazione potente. Un giorno, queste fedeltà si sono trovate in opposizione con una fedeltà che More stimava superiore, la fedeltà alla propria coscienza.
La parola coscienza appare per ben diciassette volte nel suo ultimo scritto in forma di testamento. Per un cristiano, la coscienza non è soltanto quel luogo intimo dove l'uomo delibera con se stesso prima di prendere una decisione morale; essa è l'elevazione dell'essere che permette all'uomo di giudicare con la conoscenza propria di Dio.
Come scriverà tre secoli più tardi John Henry Newman, un altro inglese che la Chiesa si prepara a beatificare: "La coscienza implica una relazione tra l'anima e qualcosa di esterno, molto di più, di superiore a essa; una relazione con una perfezione che essa non possiede, con un tribunale sul quale essa non ha nessun potere". È la voce stessa di Dio che, entrando nel cuore dell'uomo, gli indica la via del bene e della verità. Per More, questa stessa voce gli mostra che la fedeltà a Cristo, promessa di ogni battesimo, implica la fedeltà a Roma dove siede il Vicario di Cristo.
Insomma, More si iscriveva nella lunga litania dei martiri della coscienza. A partire dalla piccola Antigone che dichiarava al suo re che esistevano delle "leggi sussurrate al cuore" (Sofocle) che superavano le leggi della città, e che era meglio obbedire a esse, a costo di morire, i testimoni di questa libertà suprema sono stati una legione, che si sono sollevati contro i totalitarismi di tutte le specie.
Il rischio non è minore ai nostri giorni. Nelle società secolarizzate, dove l'ipotesi di una qualunque trascendenza è esclusa dalle scelte collettive, c'è il grande pericolo di lasciar credere di nuovo che non esiste niente al di sopra delle leggi della città. Questa è sempre stata la pretesa dello Stato di assoggettare le autorità morali, o di farle tacere, per attribuire a se stesso un'autorità morale assoluta.
I primi martiri cristiani ne sapevano qualcosa, poiché furono messi a morte per ragioni politiche, e non religiose. La coscienza ci suggerisce che ciò che è legale non è necessariamente legittimo, e che esistono delle circostanze nelle quali la dignità e la libertà della persona la spingono a fare obiezione, perfino a insorgere. Max Weber affermava che, quando si trovano in opposizione, l'etica della convinzione (personale) deve sempre inchinarsi davanti all'etica della responsabilità (incidenza collettiva). Il cristianesimo crede l'inverso: la dignità dell'uomo gli intima l'ordine di seguire la sua coscienza fino in fondo.
Per Thomas More esiste in ciascuno di noi un organo meraviglioso che ci rende superiori alle leggi politiche. È questo organo che fa di noi degli esseri liberi.
(©L'Osservatore Romano - 5-6 luglio 2010)
martes, 1 de junio de 2010
viernes, 24 de abril de 2009
Por qué oponerse a la reforma del aborto

EL NIÑO Y EL LINCE
Jorge Peñacoba. Teólogo y Dr. en Derecho Canónico
El cartel es impactante publicísticamente, y busca tal vez un toque polémico, al relacionar la defensa de la vida humana con algo que ha calado tan profundamente nuestra conciencia social como es la defensa del entorno. Será discutible, pero seguramente es lo que pretendía la agencia que diseñó la campaña. El lema ‘Defiende mi vida’ marca en cambio lo original: no ya la especie, sino cada persona –cada vida humana- es distinta, única e irrepetible, digna de ser vivida por él; nadie debería decidir por él si merece o no vivir, nadie debería sentirse autorizado a ‘interrumpirle’: nadie es dueño de la vida de otro; ‘todos tienen derecho a la vida’, asegura la Constitución. Es cierto que aquí se está presuponiendo el carácter humano de la vida humana en sus fases tempranas, pero ¿cabe realmente otro presupuesto? Por ejemplo, se va a proponer como máximo el plazo de las 22 semanas porque, según ha dicho el ministerio, es el momento convencional en que comienza a ser viable fuera del útero, pero ¿qué diferencia sustancial habría con la semana 18, por ejemplo? ¿Quién debería establecerlo y por qué?
No es la primera vez que la Iglesia usa la publicidad. Pero sí, creo recordar, en una propuesta moral de dimensión política. Hace bien. Política y moral están unidas en muchos más puntos de lo que parece ¿O es concebible una política sin moral, basada siempre y sólo en el pragmatismo o los intereses, y no en el reconocimiento de los derechos, del bien, de lo honesto? ‘Nuestros legisladores tienen que basar su decisión en argumentos que van más allá de la política’, escribía hace poco J.A. Marina a propósito del caso. La Iglesia busca y propone un nuevo consenso social de respeto a la vida humana en las fases previas al alumbramiento, en sus fases embrionaria y fetal. La ley debería proteger la vida desvalida y no dejarla a merced del más fuerte; así de sencillo.
El cambio a un sistema de ‘ley de plazos’ que ahora se propone es más radical de lo que parece, no es una simple reforma de la ley anterior. Y no me refiero al asunto de los 16 años, que tal vez sea un mero señuelo para el debate, y oculta el verdadero cambio. La ley actual, con todos sus defectos, es una ley que reconociendo el derecho a la vida, acepta unas excepciones a su protección penal. Es una ley tolerante hacia situaciones durísimas y dramáticas de por sí, sobre todo para la mujer.. La ley que viene –si no lo remediamos entre todos- no sólo deja en un limbo jurídico la vida humana hasta fases avanzadas, sin ninguna protección, sino que convierte la agresión contra ella en un derecho de la mujer, sin más explicaciones. Como decía una famosa actriz, lo que me gusta es que no tengo que dar ninguna explicación cuando lo haga. No nos gusta la responsabilidad.
Al considerarlo un derecho, aparte de otorgarle reconocimiento social (por cierto, retrógrado), despoja de cualquier interés ético el ejercicio responsable de la paternidad (más allá de evitar una intervención quirúrgica), obliga a la sanidad pública a detraer notables cantidades de fondos –con la que está cayendo- para un ‘servicio’ que difícilmente puede considerarse como curación de una enfermedad; fuerza por ley a la sociedad en su conjunto (a todos nosotros) a reconocer como normal una actividad occisiva, considerada hasta ayer mismo como delictiva; dificulta la objeción de conciencia al personal médico, porque esta es difícilmente aplicable cuando se trata de auténticos derechos (como se pretende establecer), alejará de los departamentos médicos correspondientes de la sanidad pública a todo personal mínimamente sensible al problema y tragedia del aborto, del que nunca puede decirse que sea un mal menor, al menos para el que no llega a nacer. El aborto nunca debería ser reconocido como derecho. No hace falta ser obispo para darse cuenta. Basta con ser suficientemente humano.
miércoles, 18 de marzo de 2009
Por qué se equivoca Obama
(Carta publicada en El Correo)
Obama se equivoca
18.03.2009 -
Al levantar la prohibición de fondos públicos para investigaciones sobre células madre embrionarias, Barack Obama se ha sentido en la obligación de aclararnos: «Como hombre de fe, creo que estamos llamados para cuidarnos los unos a los otros y trabajar para aliviar el sufrimiento humano», pero no ha explicado si considera que cualquier medio para lograrlo es bueno y honesto, que es donde está la clave de la ética de cualquier decisión. Me temo que intenta ser un recurso de trilero de cara a las personas creyentes. También anunciaba en el mismo discurso su intención de que «las decisiones políticas se basen en hechos y no en ideologías». Sin embargo, no se entiende por qué su decisión es menos ideológica y más científica que la contraria, que considera que, puesto que un embrión humano es un ser humano vivo, no debe ser usado y destruido como si fuera un mero medio para la investigación. No quiero pensar que la verdadera razón se halle oculta tras este otro párrafo de su caótico discurso: «Cuando el Gobierno no hace estas inversiones, se pierden las oportunidades (...). Algunos de nuestros mejores científicos se van a otros países que patrocinen su trabajo, y esos países pueden llevarnos la delantera en los avances». Acabáramos.
Obama se equivoca
18.03.2009 -
Al levantar la prohibición de fondos públicos para investigaciones sobre células madre embrionarias, Barack Obama se ha sentido en la obligación de aclararnos: «Como hombre de fe, creo que estamos llamados para cuidarnos los unos a los otros y trabajar para aliviar el sufrimiento humano», pero no ha explicado si considera que cualquier medio para lograrlo es bueno y honesto, que es donde está la clave de la ética de cualquier decisión. Me temo que intenta ser un recurso de trilero de cara a las personas creyentes. También anunciaba en el mismo discurso su intención de que «las decisiones políticas se basen en hechos y no en ideologías». Sin embargo, no se entiende por qué su decisión es menos ideológica y más científica que la contraria, que considera que, puesto que un embrión humano es un ser humano vivo, no debe ser usado y destruido como si fuera un mero medio para la investigación. No quiero pensar que la verdadera razón se halle oculta tras este otro párrafo de su caótico discurso: «Cuando el Gobierno no hace estas inversiones, se pierden las oportunidades (...). Algunos de nuestros mejores científicos se van a otros países que patrocinen su trabajo, y esos países pueden llevarnos la delantera en los avances». Acabáramos.
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