martes, 6 de julio de 2010

Más de Tomás Moro

I tratti comuni che brillano nei grandi santi inglesi
Niente paura
ci basta la verità


di Inos Biffi
Ci sono alcuni tratti che si direbbe emergano e accomunino alcuni dei grandi santi inglesi, come Thomas More, John Fisher, Thomas Becket, e, più vicino a noi John Henry Newman, prossimamente beato, ai quali assoceremmo Anselmo d'Aosta, arcivescovo di Canterbury. Sono i tratti della libertà interiore, della fedeltà alla coscienza, dell'obbedienza assoluta alla legge divina, del riconoscimento dell'autorità umana nel suo legittimo esercizio, e della comunione con la Chiesa di Roma, come segno imprescindibile della comunione con la Chiesa Cattolica.
Nella sua ultima e commovente lettera alla figlia Margaret Thomas More scriveva il 5 luglio 1535: "Domani è la vigilia di san Tommaso e il giorno dell'ottava di san Pietro. Vorrei andare a Dio proprio domani, in un giorno così propizio per me"; il 7 luglio era la festa annuale della traslazione delle reliquie di Thomas Becket. E così avvenne. Il 6 luglio venne decapitato sullo spiazzo davanti a quella Torre. Si era rifiutato di sottoscrivere.
L'episcopato inglese, una quindicina di vescovi - noi diremmo l'intera conferenza episcopale - aveva già capitolato, a parte il vescovo di Rochester, John Fisher.
Thomas More, che già da tre anni si era dimesso dalla prestigiosa carica di cancelliere, affrontando con serenità e fiducia nella Provvidenza una sempre più grave condizione di indigenza, era rinchiuso, malato, nella Torre di Londra dall'aprile 1534, dove non mancavano giorni di sfiducia, ed era consolato dalla preghiera e particolarmente dalla meditazione sulla Passione - lo attestano le opere composte in quei mesi: il Dialogo del conforto, il Trattato sulla passione, la Tristezza di Cristo; d'altronde egli dichiarava di conoscere ben pochi uomini al mondo privi di coraggio come lui. Scriveva però alla figlia: "Ho la sensazione che Dio mi tenga sulle ginocchia e mi stia viziando come un bambino".
More si era rifiutato sia di firmare la lettera inviata al Papa in cui si chiedeva che venisse sciolto il primo matrimonio di Enrico VIII - che Clemente vii avrebbe dichiarato valido - sia di giurare con la formula dell'Atto di successione col preambolo che implicava il rigetto totale di ogni legame o dipendenza della Chiesa inglese dalla Chiesa di Roma; sia, infine, di accettare l'Atto di Supremazia, che dichiarava il re "il solo capo supremo in terra della Chiesa inglese". Di qui il processo, il primo luglio e la condanna a morte. John Fisher era stato decapitato il 22 giugno, mentre quattro monaci della certosa di Londra erano stati orrendamente squartati e sventrati.
Ai vari interrogatori More spiegava le ragioni della sua opposizione: col suo consenso avrebbe messo in pericolo la salvezza della sua anima. Si sarebbe separato dall'unità della Chiesa, e questo sarebbe stato contro la sua coscienza. D'altronde aveva chiaramente dichiarato in una lettera la sua libertà interiore: "Io non ho mai voluto attaccare l'anima mia sulla schiena di nessun altro, fosse pure il migliore degli uomini. Non c'è nessun uomo al mondo, finché si vive, di cui si possa essere del tutto sicuri". "L'unità della Chiesa cattolica era la ragione prima del suo rifiuto. La sua coscienza gli imponeva di stare con il consiglio della cristianità intera, non con il consiglio di un solo regno. L'Atto del Parlamento era contrario alle leggi di Dio e della Chiesa" (Angelo Paredi), che egli vedeva senza il minimo dubbio nella Chiesa di Roma, a cui professava irrinunciabile fedeltà.
E questo è veramente sorprendente, se si pensa ai papi del suo tempo, i peggiori del Rinascimento: da Alessandro vi a Giulio ii, da Leone x a Clemente vii. Solo che More, di là dagli abusi dei suoi pastori, aveva colto della Chiesa il non intaccabile mistero, com'era avvenuto per Dante, che, pur non esitando a mandare all'inferno anche dei papi, non cessava di vedere in loro l'immagine di Cristo e di conservare la "riverenza delle somme chiavi" (Inferno, xix, 101).
Anche nella tragica circostanza dell'esecuzione si rivelò lo humour che contrassegnava il carattere di More, "l'uomo di tutte le ore (omnium horarum homo)", come lo ebbe a chiamare Erasmo, il quale, nel profilo biografico, scrive che sembrava "venuto al mondo per prendere in giro la gente" e si domanda: "Che ha mai creato la natura di più gentile, dolce e prezioso del genio di Thomas More?".
Pregò, dunque, chi lo accompagnava sul patibolo di dargli una mano per salire, che a scendere si sarebbe arrangiato da solo, mentre, ancora immediatamente prima di essere decapitato, volle ripetere che egli moriva nella fede e per la fede della santa Chiesa Cattolica, aggiungendo che moriva "suddito fedele del re, e di Dio innanzi tutto (King's good servant and God's first)".
La figura di Thomas More, così eccezionale ed eroica nella sua umana normalità, continua ad affascinare. Come la quella di Thomas Becket, nella quale risaltano gli stessi tratti che contrassegnano la santità di More, decapitato, secondo il suo desiderio, la vigilia della festa che commemorava la traslazione delle reliquie di Becket.
Cancelliere di Enrico ii e suo compagno d'avventure e di divertimento, nominato arcivescovo di Canterbury, Becket divenne un altro uomo, un uomo di Chiesa, inaspettatamente ormai in fermo contrasto col re, e con quanti dell'episcopato lo sostengono, per affermare la libertà della Chiesa - la sanctae Ecclesiae libertas, come egli scrive - e professare la sua comunione con la Sede Apostolica.
L'espressione libertas Ecclesiae richiama sant'Anselmo suo predecessore nelle Chiesa di Canterbury. Certamente, Tommaso non è Anselmo, non ha il suo prestigio, la sua spiritualità, il suo limpido passato; e tuttavia, con le possibilità e i limiti che gli sono propri, non apparirà minore il suo amore per la Chiesa, e lo rivelerà in forma tragica e suprema il vespro del 29 dicembre del 1170.
Avrebbe detto al re: "Con la grazia di Dio noi esporremo la nostra testa ai persecutori della Chiesa". E Alessandro iii, che di Tommaso aveva potuto conoscere difetti e pregi, canonizzandolo il 21 febbraio 1173, non dubiterà a collegare il martirio alla causa della libertà della Chiesa: Tommaso "ha combattuto fino alla morte per la giustizia della Chiesa (pro iustitia Dei et Ecclesiae)".
Le ultime parole di Becket di fronte ai suoi sicari richiamano quelle di Thomas More: "Per il nome di Gesù e per la protezione della Chiesa sono pronto ad abbracciare la morte"; e non "da traditore del re, ma da sacerdote". Poco prima aveva dichiarato: "Confido nel re dei cieli, che per i suoi è morto in croce. Da questo giorno in avanti nessuno vedrà più il mare tra me e la mia Chiesa".
Nel 1538 Enrico VIII darà ordine di demolire il sarcofago di Tommaso, di disperderne le ossa, di cancellare il suo nome dal calendario. Si capisce che il ricordo di Becket potesse essere insopportabile al re che aveva fatto decapitare un altro cancelliere, sempre di nome Tommaso, questa volta non vescovo ma laico.
Anche la figura di Thomas Becket non ha cessato di esercitare un'attrattiva profonda e la sua tomba di essere la mèta dei più celebri e suggestivi pellegrinaggi del medio evo. Abbiamo accennato a sant'Anselmo d'Aosta, predecessore di Becket a Canterbury. Non fu corporalmente martire, ma per la libertà della Chiesa, la comunione con la Sede Apostolica, e la fedeltà alla propria coscienza subì l'esilio e trascorse una vita tribolatissima. Scriverà a Papa Pasquale: "Il re esigeva che io dessi il mio assenso, come se si trattasse di cose rette, ai suoi voleri che erano contrari alla legge e alla volontà di Dio". E si appellerà alla propria coscienza, cui era sensibilissimo, pur sapendo che contro la sua convinzione stava tutta l'Inghilterra, compresi i vescovi concordi con il re. "Tutta la forza dell'Inghilterra - dirà - cerca di eliminarmi, dal momento che non riesce a distogliermi dall'obbedienza alla Sede Apostolica". E dichiarerà: "Preferisco essere in disaccordo con gli uomini che, d'accordo con loro, essere in disaccordo con Dio".
Sono i motivi che abbiamo riscontrato in Thomas More e in Thomas Becket: la legge di Dio, la coscienza, la libertà della Chiesa e la comunione con la Chiesa di Roma.
Gli stessi, d'altra parte, che sentiamo ripetuti in John Henry Newman, presto beato, che, per fedeltà alla sua coscienza, torna alla "Chiesa dei Padri" riconoscibile nella "Chiesa Cattolica governata dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con lui". Né mai si sarebbe pentito del passo fatto. Trent'anni dopo la conversione avrebbe confidato: "Non ho mai esitato, neppure per un solo istante, nella convinzione che fosse mio preciso dovere entrare, come allora ho fatto, in questa Chiesa cattolica che, nella mia propria coscienza, ho sentito essere divina".
E a Jemima, angosciata dalla scelta del fratello, dichiarava che se avesse fatto diversamente, avrebbe recato offesa Dio: "Non vedo nulla che mi possa spingere alla decisione, se non il pensiero che offenderei Dio non facendolo", le stesse parole di Thomas More.
Secondo tratti che concordemente brillano in alcuni grandi santi.


(©L'Osservatore Romano - 5-6 luglio 2010)

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